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Giovanni Migliara occupa un posto di primo piano nell'ambito delle arti visive del Novecento in Sicilia, come pittore e disegnatore, come scultore abilissimo a cui si deve, in particolare nel territorio siracusano, quella spinta d’avanguardia alla quale, ancora oggi, molti giovani guardano con interesse. In quasi sessanta anni di attività artistica ha sperimentato i linguaggi dei movimenti storici, inserendosi poi a pieno titolo nelle nuove avanguardie per contribuire al magico primario e al poverismo, all’optical art e al post moderno. Il suo lavoro di ricerca documenta, meglio di ogni altro scultore siciliano, le forti radici espressive dell’arte del Novecento isolano.
Il suo linguaggio prende le mosse dall’attenta analisi delle avanguardie storiche, dal carattere plastico del Cubismo, dallo scatto dinamico delle opere dei futuristi, dai colori forti e dal segno netto e tagliente del realismo socialista.
Nel secondo dopoguerra guardò con stupore e preoccupazione il sorgere caotico delle città in ferro-cemento, rimanendo attonito davanti alle ferraglie invadenti delle aree industriali. Reagì recuperando scarti di ogni genere per fare rifiorire la materia nelle forme dell’arte.
La sua fu una reazione istintiva, dettata dal bisogno interiore di dare libero sfogo al germoglio della bellezza. Con tubi arrugginiti e latte d’alluminio, con viti e bulloni sfilettati, con pezzi di bidoni risagomati … ricostruì un nuovo ordine estetico intriso di valori morali e di rispetto per l’habitat naturale.
Gli anni della formazione
La formazione artistica di Giovanni Migliara avvenne in Sicilia, tra la sua città natale, Termini Imerese, e il capoluogo dell’Isola. La curiosità e la passione per la scultura germogliarono, mentre era ancora giovanissimo, tra gli intagliatori e i pittori dei carretti siciliani ai quali rubò un mestiere antico, quello che gli diede nel tempo la possibilità di ricavare da un umile ciocco, da un legno abbandonato, figure vive, creature di luce restituite all’eternità dell’esistenza.
Dell’esperienza giovanile ebbe sempre grande rispetto e non mancava di vantarsene con fiero orgoglio.
A giudicare dagli ultimi disegni, riguardanti aspetti tecnici e formali del carretto siciliano, sembra quasi che il cerchio della conoscenza, aperto con l’arte dei carradori, si sia concluso con lo studio e l’analisi dei carretti decorati e istoriati.
In un gruppo di bellissime tavole grafiche, partendo dalle conoscenze acquisite con lo studio e l’esperienza personale, Migliara, tra la fine del 2007 e gli inizi del 2008, ha raccolto in un atlante sinottico quanto la sua acuta osservazione aveva memorizzato.
Sensibile all’esperienza futurista di Pippo Rizzo, spiritualmente legato all’espressionismo di Martini e Marini, trovò nel suo maestro Manzo la sintesi figurativa di cui era alla ricerca.
Con gli occhi pieni della plastica forte della scuola palermitana, giunse a Siracusa dove prese a frequentare quel luogo di pittori e di poeti, di scrittori e di attori che fu La Fontanina del fotografo Angelo Maltese.
Rivoluzionario per vocazione scelse sempre ciò che è originale, ciò che esprime con obiettività lo spirito del tempo.
Lontano dagli accademismi, e disponibile ad affrontare e sperimentare ogni trasgressione artistica, ha avuto il merito di aver fatto conoscere ed apprezzare a Siracusa i linguaggi delle nuove avanguardie, nonché i programmi dei movimenti più rivoluzionari e il pensiero degli artisti più estrosi.
Disponibile, oltre ogni immaginazione, non mancò mai di offrire proposte concrete; di donare, innanzitutto ai più giovani, le sue idee in relazione alla creatività artistica, alle tecniche operative della scultura, all'espressione e agli equilibri del segno e del colore.
Sia da giovane che negli anni della maturità, senza sentimentalismi e ripensamenti, puntò allo studio delle ultime tendenze con entusiasmo, con forte carica passionale.
Questo è stato d’altra parte l’elemento distintivo del suo lavoro sempre originale, del suo pensiero sempre all’avanguardia.
Migliara non si ancorò mai ad un ambito stilistico: cercò in ogni tempo di superare se stesso e di calarsi con puntualità nello scorrere della storia. Nelle opere degli anni Sessanta e Settanta non mancano, ad esempio, accostamenti al poverismo, al magico primario e al post-moderno. Anzi in molti casi (le date lo confermano) appare come anticipatore di linguaggi, di espressioni, di metodi operativi.
Pur conoscendo ed apprezzando la nobiltà del bronzo e del marmo, la bellezza del granito e della terracotta, non ebbe timore di incollare frammenti di cartone, di saldare lamiere ossidate e pezzi meccanici abbandonati, di incastrare in mosaici scultorei legni riciclati e materiali poveri di ogni genere. Alla stessa maniera, essendosi formato sotto l’ala rigorosa del mestiere, con grande capacità modellò l’argilla in morbidi piani e trovò piacevole cercare le forme della bellezza compiuta tra le patine morbide del marmo.
Nel continuo zigzagare, tra le molteplici linee espressive lungo le quali si è mosso, un elemento appare costante: l’interesse per la sintesi. Spesso in un solo segno, in un solo volume, c’è tutto il suo dire, c’è tutto il suo fare. Migliara d’altra parte fece della sintesi formale e dell’immediatezza espressiva il suo forte credo. Nella pelle materica di alcune sculture e nelle forme a specchio di certe masse tutto si offre alla comprensione in un solo sguardo, in una sola carezza.
Il lungo sogno dell’arte a Siracusa
Giovanissimo, Giovanni Migliara lasciò Palermo e la sua termini Imerese per trasferirsi a Siracusa, dove nell’isolotto di Ortigia, nel complesso architettonico dell'antico Monastero del Ritiro, nell’antica Scuola d’Arte di Via Mirabella, diede espressione al suo magistero educativo al quale hanno attinto giovani dell’area iblea e dell’agro siracusano.
Migliara, operando nella piccola Scuola d'Arte di Siracusa, gioiello scolastico nazionale riorganizzato tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento da Giovanni Fusero, artista del liberty europeo, crebbe come professionista della didattica e allo stesso tempo come artista sensibile e attento.
Migliara per mezzo della scultura e il disegno, contribuì non poco a determinare quel clima culturale che dalla fine degli anni Cinquanta ai nostri giorni vede Siracusa presente e attiva non solo a livello regionale.
Con Angelo Cassia, Angelo Maltese e Giovanni Cilio, con Egidio Cotroneo e Pippo Spinoccia, con Pippo Caruso e Pippo Betta, ai quali va affiancato il più giovane Armando Tantillo, attivò a Siracusa un sistema artistico senza il quale la nostra città non avrebbe avuto spazio nella storia delle arti visive del Novecento.
Al suo rigore nella didattica delle arti visive si deve la nascita di una vera e propria scuola di pensiero basata sul mestiere più duro e sullo studio più profondo. E' da tale scuola che hanno spiccato il volo allievi oggi diventati architetti e disegnatori di chiara fama, pittori e scultori apprezzati a livello internazionale, docenti universitari e professionisti affermati nei vari campi dell’impegno umano. Sarebbe lungo elencare i professionisti e gli artisti che hanno conosciuto e apprezzato la sua lezione magistrale.
Migliara: dalla figurazione alla visual art, dal poverismo al post-moderno
Le opere in mostra documentano in maniera sistematica i quattro segmenti fondamentali della sua ricerca artistica:
- la figurazione neo espressionista
- il poverismo e la sensibilità verso il magico primario
- la visual art e lo spazialismo
- il decorativismo e il post-moderno
Al primo ambito appartengono le sculture giovanili, non tutte in mostra come è facile comprendere. In esse si nota l'adesione alla scuola di Manzo e l’influenza della grande scultura italiana di Marino Marini.
Seguono le sculture assemblate attraverso il riciclaggio di materiali poveri. Qui non manca l’emozione per le forme scultoree primarie offerte dalla natura. Ciottoli e legni, lattine e pezzi meccanici, si ritrovano in un nuovo mosaico espressivo per documentare la crisi economica e sociale del tempo.
Il terzo segmento riguarda l'esperienza dell'arte programmata compiuta però con una visione tutta propria e con un orientamento spiccatamente spazialista.
L’ultima fase è quella con cui si è compiuto il suo percorso artistico. Ad essa appartiene la bella e imponente scultura in basalto etneo del Castello Nelson di Bronte ed è caratterizzata dalla presenza di opere di soggetto sacro come il San Francesco e l'Ultima Cena. In questo segmento espressivo le forme dinamiche delle grandi masse scultoree si alternano a racconti figurativi carichi di tensione e spiritualità.
La figurazione neo espressionista
Madri del Sud, pensierose e inquiete, con lo sguardo rivolto alla linea d’orizzonte, germogliano dai suoi legni giovanili alla fine degli anni Cinquanta e per buona parte degli anni Sessanta.
Quelle di questo periodo sono figure di grande solitudine solcate con segno graffiante dallo scalpello che ne tormenta la fibra. Per dare vitalità, vibrazione alla scultura, l’artista tratta il legno con ombre di colore polveroso, così da cercare le rughe, le ferite, i graffi. Non la levigatezza e nemmeno la luce, Migliara cerca l’ombra, il chiaroscuro plastico, la materia tormentata.
Modelli di riferimento in questi anni sono Arturo Martini e Marino Marini; non manca però l’attenzione alla morbida plasticità di Giacomo Manzù.
Il poverismo e la sensibilità verso il magico primario
Radici e pietre di fiume, scarti di ogni genere, nella seconda metà degli anni Sessanta emergono dalla polvere del tempo per rifiorire sotto i raggi di una nuova luce.
Come la pioggia e il vento l’artista accarezza il materiale povero per dargli rotondità e sensualità, per conferirgli calore e mistero, per restituirgli insomma quella vita che sembrava aver definitivamente perduto.
I materiali più poveri, scartati dalla società industriale, vengono così assemblati, ricomposti, rimodellati per diventare volti umani, cavallucci, forme misteriose di un immaginario sconfinato che è anticipatore della linea espressiva del magico primario europeo.
La visual art e lo spazialismo
Nella seconda metà degli anni Sessanta e negli anni Settanta Giovanni Migliara segue la linea espressiva della optical art e nel contempo osserva in maniera critica il degrado ambientale causato dai massicci insediamenti industriali.
Gli esercizi della visione e della manualità lo portano a concepire sculture che, proiettandosi nello spazio, determinano un equilibrio compiuto. Ferri tentacolari, griglie e crivelli, spezzoni di lamiere, frammenti di ferro e di rame, entrano nel crogiolo della sua fantasia per fondersi in forme nuove, ora piccole come miniature di orafi, ora grandi e imponenti come monumenti imprendibili.
Il colore vissuto, le ruggini, le patine, creano sui metalli stressati epidermidi nuove, carni di creature di latta, muscoli di ferraglie ora assurte ad una nuova struggente bellezza.
Qui e là, tra una campitura e l’altra, in una ferita o in un incavo della materia, l’artista cola tracce di oro o di smalti dal colore saturo, vivo, come sangue rappreso, come cielo cristallizzato.
Il decorativismo e il post-moderno
Giovanni Migliara, dopo avere attraversato in lungo e in largo tutti i campi della sperimentazione artistica italiana della seconda metà del Novecento, negli anni Ottanta colse il messaggio artistico proveniente dalle istanze della condizione post moderna.
Lo fece con la sensibilità e la consapevolezza di chi ha compreso e accettato che, da Picasso in poi, le arti visive si sono svincolate dai rigidi schemi stilistici del passato e dalla uniformità dei linguaggi tanto cara agli storici del passato.
Il nomadismo stilistico, la pluralità dei linguaggi, lo zigzagare disinvolto del nostro tempo sono ormai patrimonio della collettività, ma Migliara ne è stato artefice antesignano come pochi altri artisti dell’ultimo mezzo secolo.
Nella sua produzione scultorea, dopo le terrecotte raffinate e lamiere arrugginite, sono emersi i legni intagliati con perizia e la cartapesta incollata con irruenza, nonché i bronzi dal modellato delicato e i tubi saldati con sigillature vistose, quasi plastiche, che si alternano con un ritmo impressionante, in un caleidoscopio di forme che vanno dalla figurazione più dettagliata all’astrazione più evanescente.
Che dire poi del suo concetto di scultura post moderna? La materia plastica non si presenta più con le sole masse scultoree. E’ graffiata e scheggiata, disegnata e dipinta, distrutta in mille frammenti e poi ricomposta in un insieme organico di forte equilibrio plastico.
Il colore come sangue, il segno come struttura, costituiscono un’epidermide vibrante sopra i volumi scattanti dei quali si avverte la vitalità, il respiro.
Giovanni Migliara, nel suo lungo percorso artistico, ha d’altra parte interpretato l’anima del nostro tempo, ha scolpito e dipinto con solchi profondi le ferite dell’età contemporanea, ha rappresentato la malinconia e il silenzio che abitano nelle case degli uomini, qui ai margini dell’Europa, nei luoghi che si proiettano sul mare d’Africa.
Certi ulivi saraceni tormentati dagli elementi, nel suo segno graffiante e nella sua campitura pastosa rivestita di una materia che ricorda l’impronta della creta fresca, sembrano relitti di un uragano impetuoso, inclemente. Ulivi come uomini ora accarezzati dal sole, ora sconfitti dall’energia dell’universo. Ulivi come madri pettinate dal vento, ora levigate dagli elementi,ora attraversate dalle rughe del tempo.
Certe creature, costruite con segno netto e deciso, emergono sull’onda della luce con respiro lieve. Migliara ne ha colto il palpito e ne ha rivelato la vita.
Il suo è stato un mondo straordinario dove la bellezza compiuta è alternata ai segni del degrado e della devastazione, dove il mistero della vita è attraversato spesso dai sentieri della tragedia.
Ma di tutto questo è costituito lo scenario della nostra quotidianità. Migliara non avrebbe potuto fingere, raccontando dimensioni di eterna gioia. L’arte d’altronde è sempre rivelazione della verità.
Paolo Giansiracusa
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